Bob and Me


Confrontarsi oggi con il repertorio di Bob Dylan può sembrare impresa folle o velleitaria.  La pubblicazione dei volumi in serie denominati Basement Tapes  e Bootleg Series, in aggiunta alla già copiosa discografia ‘ufficiale’, sta allargando i confini della produzione artistica del Menestrello di Duluth fino a renderla praticamente inesplorabile in senso compiuto. A meno che non  si disponga di una solida base di conoscenze musicali e un’autentica passione per l’Autore. In queste due qualità di Marco ‘Roots’ Matteuzzi trova pienamente senso questa preziosa ed accurata selezione di canzoni. Tutti i brani vengono da dischi pubblicati tra il 1963 (The Freewhelin‘) e il 1976 (Desire), ma se si guardano bene i titoli dei volumi presi in esame  spiccano John Wesley Harding, la Ost di Pat Garrett and Billy the Kid e Blood on the Tracks, tutti album che ci mostrano un Dylan in momenti di vena compositiva particolarmente felice. E da questi album Marco sceglie tracce significative e rappresentative; ma non solo: sono tracce funzionali a sviluppare la sua passione per il suono della chitarra e l’emozione che può dare. Questo è infatti quello che potremmo definire il ‘core business di Bob and Me. Il recupero di un suono di chitarre tanto essenziale quanto evocativo dovuto in gran parte alla felice scelta della registrazione casalinga. Qui si sente la vibrazione dell’arredamento e del vissuto quotidiano, i suoni analogici che profumano di legno come un buon rhum sapientemente invecchiato, la semplice sincerità della passione. Tutto ci porta a un’opera pienamente attuale, viva e propositiva nel suo complesso: le ‘vecchie’ canzoni respirano e sono ossigeno per la nostra mente. Soffermarsi, o peggio ancora stilare classifiche di merito, sulle singole tracce sarebbe ingiusto nei confronti dell’Autore (Nobel per l’opera poetica espressa nella sua interezza) e, non ce ne voglia Mr. Zimmerman, il nostro appassionato Interprete. Questa selezione, un concept album, va ascoltata tutta intera e senza fretta, come una felice oasi di intime sensazioni da contrapporre al deserto emotivo che ci consegna troppa musica contemporanea.

Recensione scritta da Stefano Casonato

“Conobbi e apprezzai per la prima volta Dylan in età pre-adolescenziale grazie all’indimenticato Big Brother Carlito, che nella semioscurità del nostro rifugio taverna faceva suonare spesso e volentieri un vecchio vinile antologico del grande Bob. Da quel momento il cantastorie di Duluth, Minnesota, è stato un punto fermo nella mia vita musicale e non, mi ha aperto orizzonti inesplorati e connessioni con generi come la musica afroamericana e non solo. Queste tracce, tratte dallo sterminato songbook di Bob, e rielaborate alla mia maniera, sono 40 anni dopo, l’espressione di ciò che la sua musica tuttora rappresenta per me, un legame che non si è mai spezzato.
Il suono alle volte non è proprio impeccabile, ma le registrazioni “homemade”, quasi sempre in presa diretta, conservano intatte il groove e l’improvvisazione del momento. Ho scelto di non “impoverire” il suono con una pulizia troppo accurata in sede di mastering, che avrebbe reso le tracce più nitide ma meno spontanee.

Enjoy it Marco “Roots” Matteuzzi