Burattini Erranti


“Burattini erranti…” Non mi convinceva affatto questo titolo, non riuscivo a capirne il perché . “…Il perché dei Burattini erranti…”, Il blando riferimento del brano “ La principessa “ non mi soddisfaceva e questa sensazione, mi infastidiva parecchio, perché invece il disco, opera prima della cantautrice Michela Franceschina, mi aveva fin da subito conquistato senza alcun dubbio. Finalmente un CD di ottima musica leggera e che non aveva paura di apparire tale, fresco, suonato e cantato egregiamente, ma la mia formazione musicale per così dire, un po’ “ d’antan “ mi imponeva di trovare un motivo conduttore, che dal titolo attraversasse tutto il disco, conferendogli un’identità, o quantomeno una certa coerenza concettuale fra le singole canzoni. La mia mentalità da Long- Playing non poteva rassegnarsi ad una mera raccolta di seppur belle canzoni. Ma proprio quando disperavo di trovare il bandolo della matassa, ecco che il titolo “Burattini erranti “ mi è venuto in aiuto; questi burattini siamo noi!!

La peculiarità intrinseca dei comuni burattini è quella di non poter sbagliare, perché guidati da corde e tiranti, o da una mano occulta, ma se possono “ERRARE”, cioè andare dove vogliono o sbagliare come vogliono, che poi la radice è la stessa, allora significa che sono liberi!! Liberi come noi. Questa raccolta di paesaggi umani parla di noi, ed altro non è che la descrizione di comuni, però mai banali vicende umane, le piccole esperienze che nel bene e nel male, ci vedono ora protagonisti, ora comparse o spettatori, nel vasto teatro della rappresentazione delle nostre vite. Così sperimentiamo l’incanto e l’illusione dell’amore, quando siamo noi a conferire inconsapevolmente ( come nella già citata “ La Principessa “ ) all’oggetto della nostra infatuazione, qualità e caratteristiche inesistenti, che al termine della parabola sentimentale, dissolvendosi come le brume di nebbia ai primi raggi di sole, ci inducono a pensare “ Ma come cavolo faceva a piacermi?! “. La canzone naturalmente, può suscitare in noi tutti la seguente domanda : “ .…di che cosa è fatto l’amore? “ , ognuno può fornire diverse risposte, attrazione certo, desiderio ok, rapimento e passione, ma se non c’è la complicità in una relazione, allora tutto è labile e inconsistente. Ĕ la complicità che permette ad una coppia di parlare in modo sincero e aperto, fino a scherzarci sopra, fino a consegnarsi l’uno nelle mani dell’altra, dei tentennamenti sentimentali e delle tentazioni, cui fatalmente andiamo incontro nel corso delle nostre esperienze di coppia dal momento che siamo tutti esseri umani.

Michela canta “ Non è una Favola “ vero , l’amore non è una favola, è una realtà! Il sipario si riapre con il senso di alienazione e disorientamento, al quale tutti rischiamo di arrivare dopo anni di vita frenetica, compressa tra bancomat, numeri di telefono, codici d’accesso, orari da rispettare, beni da possedere, messaggini e distanze elettive incolmabili. Forse una voce dentro di noi può aiutarci ad ascoltare di più il cuore ( Il Cȗr ) delle cose e di noi stessi, per non perdere l’anima, per evitare che quella voce dentro di noi diventi sempre più flebile fino a sparire. C’è qualcuno alla fine che può dare una mano a capirci qualcosa? Un dottore, un “ Piscologo “, un prete forse? Eh! Non è così semplice uscire da questi circoli viziosi, gli uomini e le donne certo, forse anche di più, sono caparbi soprattutto negli sbagli, se ci si vuole proprio convincere che sia sempre possibile salvare una persona sbagliata o perseverare a credere in un amore che tale non è, senza capire che non c’è altra soluzione che andarsene subito e troncare,…ma questo lo devi decidere tu ( Dimmi come fai ). Le donne certo, e anche gli uomini…meno, sono ancora più caparbi, fino all’entusiasmo, se c’è da custodire e proteggere una relazione in fase critica, ma che ha ancora molto da dare, con robuste iniezioni di autocritica ed energiche riconsiderazioni “ …se una storia non funziona, non prenderla a calci…” come nell’accesa “ Persa “, a proposito carina la metafora dell’automobile che proprio non parte e che dobbiamo rassegnarci a spingere. Sulla stessa lunghezza d’onda, gli sforzi simpaticamente imbronciati della ragazza di “ Noia “ che sembra fare di tutto per stimolare il suo compagno ad uscire ad uscire dal suo solito guscio per rischiare di divertirsi un po’. Il climax di situazioni nel testo è sottolineato puntualmente, dalla frizzante tessitura musicale al pianoforte con la sua melodia così verticale. Situazioni umane, situazioni comuni, normali, ma attenzione! Mai banali, perché ci parlano della nostra vita di esseri umani e la vita non è mai banale, ecco allora a questo punto del CD, le canzoni che non ci aspettiamo, ma che ci dovremmo aspettare : “ Miniera “ uno scorcio nitido sul lavoro sovrumano, sui pensieri e le speranze, di tanti uomini costretti a strisciare nelle viscere della terra con la speranza in cuore ( o nell’illusione!? ) di costruirsi un futuro migliore e subito dopo, le viscere sparse della genitalità esibita come un’arma, della prostituta fin du siècle di “ Mercato dell’Amore “, il secondo dei due pezzi che, in successione si contendono il primato di cupezza armonica del disco di Michela. La convincente confezione musicale del CD è una volta di più, confermata dalla realizzazione caleidoscopica, delle sequenze cinematografiche e surreali di “ Back in Old America “, unico brano non partecipato a livello di scrittura il quale però, viene reso così perfettamente proprio e personale dalla nostra cantautrice, da poter essere servito ai ragazzi della band per un’ esecuzione assolutamente adeguata valore del disco; Michela Franceschina si palesa così in questo modo, chiaramente interprete di sicuro e fondato valore. A chiudere in coda a questa serie di canzoni così tattili sui sentimenti, le pulsioni, le gioie, le storie comuni e le sbruffonate mercuriali, sulla vita insomma di noi Burattini Erranti, le versioni in italiano “ L’ Anima “ ed “ Eco di Te “ delle rispettive già citate “ Il Cȗr “ e “ Piscologo “, che si discostano nella forma, ma non nella sostanza dalle loro omologhe in friulano. Tutte queste canzoni contribuiscono ognuna per la propria parte, a conferire al disco un carattere unitario che si scopre a poco a poco mentre lo si ascolta e lo rendono gradevole, fresco e maturo, pur riuscendo a lasciarci piacevolmente curiosi con la netta sensazione, che Michela possa dirci ancora più cose, che il meglio, musicalmente parlando, la nostra cantautrice lo abbia riservato un po’ per la sua prossima opera, come i giorni della vita che devono ancora venire.

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